Apple ha fame di RAM e supplica Trump di poter comprare moduli cinesi
Apple si trova ad affrontare una crisi dei costi legati all’hardware che non ha eguali nella sua storia recente. I rincari della componentistica hanno raggiunto livelli critici, spingendo la dirigenza a studiare misure drastiche. Tim Cook, in una recente intervista al Wall Street Journal, ha descrit

Apple si trova ad affrontare una crisi dei costi legati all’hardware che non ha eguali nella sua storia recente. I rincari della componentistica hanno raggiunto livelli critici, spingendo la dirigenza a studiare misure drastiche.
Tim Cook, in una recente intervista al Wall Street Journal, ha descritto l’attuale impennata dei prezzi dei chip di memoria come un fenomeno mai visto in oltre quarant’anni di esperienza nel settore tecnologico.
Apple ha bisogno di più RAM e guarda alla Cina, ma c’è un problema

I dati del mercato confermano questa percezione allarmante: dal primo trimestre del 2025, i prezzi dei contratti per i moduli LPDDR5X da 12 GB sono sostanzialmente triplicati.
A cavallo tra la fine del primo e l’inizio del secondo trimestre del 2026, il costo si aggirava intorno ai 120 dollari. Dall’inizio dell’anno tali moduli hanno subito un incremento di 68,8 dollari, raggiungendo recentemente quota 145 dollari per singola unità.
Questa escalation, aggravata dal parallelo aumento dei costi di archiviazione flash, sta avendo un impatto severo sui margini di profitto. Basti pensare che per un iPhone 17 Pro da 256 GB, commercializzato nel 2025, le memorie pesavano solo per il 9% sul costo complessivo dei materiali.
Per la variante equivalente del prossimo iPhone 18 Pro, questa percentuale è destinata a schizzare fino a un impressionante 27%. Le conseguenze dirette sui consumatori si sono già manifestate attraverso i pesanti rincari applicati sull’intera linea di Mac e iPad.

Pressioni politiche alla Casa Bianca
Per spezzare il dominio dei tre grandi fornitori globali, ovvero Samsung, SK hynix e Micron, l’azienda californiana ha deciso di intraprendere una strada diplomaticamente insidiosa.
L’unica via d’uscita praticabile per ottenere le risorse essenziali a prezzi sostenibili, escludendo la costosissima costruzione di proprie fonderie di silicio, porta direttamente in Cina.
Secondo un rapporto pubblicato dal Financial Times, i vertici di Apple hanno avviato una decisa campagna di lobbismo rivolta all’amministrazione Trump per ottenere un lasciapassare commerciale straordinario.
La richiesta si concentra sulla possibilità di importare enormi lotti di memorie DRAM dalla società cinese CXMT. Si tratta di una scommessa dalle forti implicazioni politiche, considerando che l’azienda asiatica si trova attualmente inserita in una lista nera del Pentagono a causa dei suoi presunti legami con l’Esercito Popolare di Liberazione cinese.
Nonostante questi evidenti ostacoli, i rappresentanti della società americana hanno già stabilito contatti con il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, estendendo parallelamente le proprie richieste a svariati funzionari governativi e alleati a Washington.
Capacità produttiva e strategie di negoziazione
L’interesse verso CXMT è dettato da ragioni puramente industriali. Il produttore asiatico rappresenta l’unica entità capace di fornire i volumi necessari a calmierare i costi di Cupertino, grazie a una tabella di marcia produttiva estremamente aggressiva.
Gli impianti cinesi stanno infatti aumentando rapidamente la propria resa: dagli attuali 200.000 wafer mensili, la capacità toccherà quota 300.000 wafer al mese entro lo scoccare della fine dell’anno.
Anche nell’eventualità in cui CXMT non riuscisse a soddisfare per intero la colossale domanda generata dall’assemblaggio degli iPhone, il suo semplice inserimento nella catena di fornitura garantirebbe ad Apple un preziosissimo potere contrattuale.
Aggiungendo un nuovo attore nelle trattative, il colosso americano potrebbe finalmente negoziare da una posizione di forza con le tre aziende dominanti del mercato.
Se questa mossa andasse a buon fine e il governo autorizzasse le importazioni, l’apertura non si limiterebbe alle sole memorie RAM. Un successo su questo fronte aprirebbe le porte anche a YMTC, gigante cinese dell’archiviazione flash, segnando un massiccio e definitivo rientro di Pechino nella logistica di fornitura hardware americana.
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