Games Showcase #54
Bentornato a un nuovo appuntamento del Games Showcase, la rubrica in cui esploriamo insieme titoli indie lontani dai grandi riflettori, ma capaci di lasciare il segno. In questo episodio ci muoviamo tra generi e atmosfere molto diverse: l’oscurità evocativa e simbolica di Ayasa: Shadows of Silence,
Bentornato a un nuovo appuntamento del Games Showcase, la rubrica in cui esploriamo insieme titoli indie lontani dai grandi riflettori, ma capaci di lasciare il segno. In questo episodio ci muoviamo tra generi e atmosfere molto diverse: l’oscurità evocativa e simbolica di Ayasa: Shadows of Silence, la tensione tattica e narrativa di Death Howl, e il fascino nostalgico ma profondo di EvoCreo. Tre esperienze distinte per tono e meccaniche, unite però da una cosa: il coraggio di raccontare qualcosa di proprio.
Per sfogliare i numeri precedenti della rubrica, potete recuperare il nostro Games Showcase #52 con Before Exit, Katanaut e Mythrealm.
Ayasa: Shadows of Silence (Steam)

Ci sono giochi che si presentano come opere d’arte prima ancora di farsi sentire come videogiochi, e Ayasa: Shadows of Silence è decisamente uno di questi. Sviluppato da Aya Games e disponibile su PC via Steam, questo platformer 2.5D in terza persona ci porta nell’Inverted World, un universo surreale e malinconico in cui luce e ombra non sono solo meccaniche di gioco, ma simboli di uno scontro interiore ben più profondo. La protagonista, Ayasa, è una giovane che deve attraversare sei terre corrotte, ciascuna ispirata a un’emozione umana: Fede, Speranza, Amore, Avidità, Indifferenza e Tradimento. Nessuna parola pronunciata, nessun dialogo scritto: la narrazione passa interamente attraverso immagini, suoni e movimenti, in uno stile che ricorda Tim Burton, Hayao Miyazaki e i cortometraggi animati dell’est europeo.
Il gameplay si articola attorno a esplorazione, platforming e sezioni stealth, con qualche puzzle ambientale introdotto man mano che Ayasa sblocca nuovi poteri: invisibilità, manipolazione del tempo e della luce, e la capacità di interagire con gli antichi meccanismi nascosti nei livelli. Ogni terra ha una propria palette visiva e una propria logica narrativa, e attraversarle ha il ritmo di sfogliare un libro illustrato, una pagina dopo l’altra. La durata è contenuta, alcune ore al massimo, ma nel Games Showcase questa scelta ci sembra coerente con la natura dell’opera.
Il punto di forza assoluto di Ayasa è la direzione artistica: ambienti che bilanciano bellezza fiabesca e inquietudine sottile, farfalle intorno alle lanterne, case di legno contorte, piante iridescenti che sembrano aliene. La colonna sonora, composta da artisti armeni ispirandosi alla musica spirituale tradizionale, accompagna il tutto con una qualità che raramente si trova in produzioni indie di questa scala. Purtroppo, dove il gioco mostra la corda è proprio nel suo gameplay: i controlli soffrono di lievi imprecisioni nei tempi di risposta, alcune sezioni di platforming risultano più frustranti del necessario, e i tempi di caricamento dopo le morti diventano presto una costante seccatura. È il classico caso di un titolo che avrebbe avuto bisogno di qualche mese in più per lucidare l’esperienza che già aveva in testa. Nel contesto del Games Showcase, Ayasa si ritaglia il ruolo di gioco da vivere più che da giocare. Chi cerca sfide hardcore o meccaniche profonde rimarrà deluso, ma chi è disposto a lasciarsi trasportare da un viaggio visivo e sonoro carico di simbolismo troverà qualcosa di raro: un titolo che ha una voce autentica, persino quando non riesce del tutto a farsi ascoltare.
Games Showcase #54, le pagelle di Ayasa: Shadows of Silence
PRO
- Direzione artistica straordinaria e identità visiva forte
- Colonna sonora originale di altissima qualità
- Narrazione simbolica senza dialoghi, coraggiosa e suggestiva
- Sei ambientazioni molto diverse tra loro
CONTRO
- Controlli imprecisi e tempi di risposta discontinui
- Tempi di caricamento troppo lunghi dopo le morti
- Gameplay essenziale, con poca profondità meccanica
- Rigiocabilità quasi assente
VOTI
- Storia e Atmosfera 8
- Gameplay 5.5
- Grafica 8
- Sonoro 8.5
- Complessivo 6.5
Death Howl (Steam)

Death Howl è uno di quei giochi che sembrano costruiti per far venire voglia di abbandonarli, per poi far sì che non riusciate a smettere. Sviluppato da The Outer Zone e pubblicato da 11 Bit Studios, questo deckbuilder tattico con anima soulslike ci mette nei panni di Ro, una cacciatrice in lutto che si addentra nel Mondo degli Spiriti per riportare in vita il figlio perduto. La premessa è emotiva e la struttura narrativa regge: ogni incontro, ogni spirito con cui interagiamo, ogni scelta che facciamo sul campo di battaglia ha un peso che va oltre la meccanica pura.
Il gameplay è un ibrido tra combattimento a griglia, costruzione del mazzo e progressione soulslike. Ogni scontro si svolge su una plancia tattica di dimensioni variabili: Ro e i nemici si alternano nei movimenti, e le carte rappresentano abilità d’attacco, difesa, movimento e situazionali che consumano risorse o attivano effetti speciali. Nessun run casuale, nessuna deck generata di scolpo: ogni carta acquisita rimane con noi per tutta la partita, costruendo un arsenale personale nel tempo. I totem shamanici fungono da modificatori strategici, cambiando il modo in cui le combinazioni di carte interagiscono tra loro. Quattro regni da esplorare, tredici regioni distinte, oltre 160 carte da scovare: c’è materia per più di venticinque ore di gioco.
Quello che colpisce di più è la coerenza tematica tra storia e meccaniche. Morire in Death Howl non è una sconfitta neutrale: cambia le opzioni disponibili, costringe a ricalibrare le priorità, rispecchia la disperazione di Ro in ogni retry. Il ritmo è deliberato, la curva di apprendimento inizialmente ripida, e c’è qualche momento di grinding che avrebbe potuto essere gestito meglio. Ma una volta che il sistema scatta, è difficile staccarsi. Più di qualcuno ha ammesso di aver concluso il gioco con gli occhi lucidi, e questo la dice lunga sulla qualità della scrittura per un titolo che in superficie sembra puramente tattico.
Nel Games Showcase, Death Howl è l’esperienza più matura e ambiziosa dei tre. Non è un gioco per tutti, e non cerca di esserlo. Ma per chi ama i deckbuilder esigenti, il pixel art curato e le storie che parlano di dolore con rispetto, è un titolo che vale davvero ogni singola sconfitta.
Games Showcase #54, le pagelle di Death Howl
PRO
- Fusione coerente tra deckbuilder tattico e soulslike narrativo
- Pixel art con palette cromatica unica e grande atmosfera
- Storia emotivamente forte e scrittura curata
- Ampia varietà di carte, totem e combinazioni strategiche
CONTRO
- Curva di apprendimento inizialmente molto ripida
- Alcune sessioni di grinding ripetitivo tra un’area e l’altra
- Design delle quest secondarie non sempre ispirato
- Non adatto a chi cerca un roguelike tradizionale
VOTI
- Storia e Atmosfera 9
- Gameplay 8
- Grafica 8.5
- Sonoro 8
- Complessivo 8.5
EvoCreo (Steam)

C’è una generazione intera di giocatori cresciuta inseguendo creature in bianco e nero su uno schermo microscopico, e EvoCreo sa esattamente a chi sta parlando. Sviluppato da Ilmfinity Studios, questo RPG monster-taming ha origini mobile (è disponibile su Android dal 2015) ed è sbarcato su Steam nei primi mesi del 2026, portando con sé un bagaglio di nostalgia e qualche inevitabile segno del suo passato da free-to-play. Eppure, una volta messa da parte la diffidenza iniziale, EvoCreo riesce a riportare quella sensazione che i Pokémon moderni sembrano aver dimenticato: la soddisfazione genuina di costruire una squadra da zero, affrontare avversari che mettono davvero alla prova, e scoprire quali Creo si nascondono dietro l’angolo successivo.
Il mondo di Zenith ospita oltre 170 Creo da catturare, ciascuno con percorsi evolutivi multipli, statistiche personalizzabili, abilità passive e mosse da scegliere con attenzione. Il sistema di combattimento a turni non si limita alla triangolazione elementale: gestire i cooldown delle mosse, i tratti passivi e gli effetti di stato aggiunge uno strato tattico che supera spesso quello dei titoli principali del genere. La difficoltà è genuina, non artificiale: senza l’XP condiviso, solo i Creo che scendono in campo guadagnano esperienza, rendendo la composizione della squadra una scelta costante e ragionata. Con più di venti ore di campagna principale e la promessa di battaglie PvP online in arrivo, c’è parecchio a cui guardare.
Il lato debole è la storia, che segue il copione del genere senza mai sorprendere: un padre scomparso, un’organizzazione oscura da sconfiggere, delle arene da superare. I personaggi secondari non lasciano il segno, e le città mancano di quella personalità che rende memorabili anche i titoli più semplici. Sul fronte tecnico, il porting su PC mostra alcune rughe: l’interfaccia tradisce le origini touch in più punti, l’assenza di un’ottimizzazione schermo intero è un’occasione mancata, e qualche piccolo glitch fa capolino qua e là. Niente di grave, ma abbastanza da ricordare che si tratta di un titolo che ha viaggiato da un’altra piattaforma.
Nel Games Showcase, EvoCreo rappresenta il piacere semplice ma onesto del creature-collecting fatto bene, senza fronzoli. Non reinventa il genere, ma lo rispetta. Per chi sente la nostalgia dei Pokémon di una volta, o semplicemente cerca un RPG da portare avanti offline senza pressioni, è una scelta più che valida.
Games Showcase #54, le pagelle di EvoCreo
PRO
- Sistema di combattimento tattico con profondità reale
- Difficoltà autentica che premia la costruzione strategica della squadra
- Ampia varietà di Creo con design creativi
- Completamente giocabile offline, più di 20 ore di contenuto
CONTRO
- Storia derivativa e personaggi poco memorabili
- Porting PC non ottimizzato, interfaccia con residui touch
- Qualche glitch e imprecisioni tecniche
- Manca di personalità visiva rispetto ai migliori del genere
VOTI
- Storia e Atmosfera 6
- Gameplay 7.5
- Grafica 6.5
- Sonoro 6.5
- Complessivo 7
Anche questo Games Showcase ci ha dimostrato quanto il panorama indie sappia sorprendere nei modi più diversi. Ayasa: Shadows of Silence ci ha trascinati in un viaggio simbolico fatto di luci e ombre, bellissimo da guardare anche quando stanca da giocare. Death Howl ci ha messi di fronte a un sistema tattico esigente e a una storia che parla di perdita con una sincerità rara. EvoCreo ci ha riportati a quell’infanzia in cui catturare mostri era tutto, aggiungendo qualche grammo di sfida in più. La scelta, come sempre, è vostra: preferite perdervi in un’opera d’arte imperfetta, sfidare la morte carta dopo carta, o partire per una nuova avventura con un Creo al fianco?