L’UE vuole abbattere tutti i muri di Apple: cronaca di una guerra tutto fuorché conclusa

Il debutto di iOS 27 e iPadOS 27 porta con sé una vistosa omissione per i consumatori residenti all’interno dei confini dell’Unione Europea, ovvero l’esclusione totale della nuova Siri AI e la mancanza di molte funzioni legate a quello che l’azienda americana chiama Apple Intelligence. La declinazio

L’UE vuole abbattere tutti i muri di Apple: cronaca di una guerra tutto fuorché conclusa
Apple vs UE copertina

Il debutto di iOS 27 e iPadOS 27 porta con sé una vistosa omissione per i consumatori residenti all’interno dei confini dell’Unione Europea, ovvero l’esclusione totale della nuova Siri AI e la mancanza di molte funzioni legate a quello che l’azienda americana chiama Apple Intelligence.

La declinazione più avanzata dell’assistente vocale della casa di Cupertino, riscritta sulla base dei modelli generativi e dell’interazione contestuale proattiva, rimarrà infatti completamente spenta sui terminali del vecchio continente.

Questa mancanza non costituisce affatto un episodio isolato, bensì rappresenta il capitolo più recente e aspro di una complessa controversia legale, normativa e commerciale che vede contrapposte le istituzioni di Bruxelles e la dirigenza californiana.

Si tratta di uno scontro che va avanti da diversi anni. Da una parte abbiamo Apple, che ovviamente punta a mantenere alti i propri profitti e porta dalla sua argomentazioni legate alla privacy e alla sicurezza degli utenti.

Dall’altra l’Europa, il cui obiettivo è quello di garantire una migliore interoperabilità tra hardware e software di aziende diverse, lasciando all’utente finale la libera scelta di cosa acquistare e a quali servizi affidarsi. L’Unione punta ad abbattere quelle barriere artificiose imposte a tavolino e vuole incoraggiare una concorrenza aperta a tutti i player del settore, grandi e piccoli.

Apple vs UE: una guerra necessaria e che non finirà mai

L’obbligo di standard aperti e comuni

Il primo scontro di questa infinita serie di battaglie che voglio raccontarvi ha cambiato nel profondo l’hardware di Apple.

Chi segue le vicende del mondo degli smartphone da un bel po’ di tempo, si ricorderà che il primo iPhone presentato da Steve Jobs nel 2007 montava una porta di ricarica e scambio dati chiamata 30-pin Dock Connector, ereditata dagli iPod e rimasta in uso fino al 2012 su iPhone 4S. A partire da iPhone 5, Apple ha deciso di implementare un nuovo standard chiamato Lightning.

Si trattava di connettori che andavano a competere con le più diffuse (e fragili) porte Mini-USB e Micro-USB utilizzate da moltissimi dispositivi portatili del tempo, come per esempio gli smartphone delle aziende concorrenti o i comuni lettori Mp3.

Il successore, lo standard USB Tipo-C, è diventato praticamente subito onnipresente nel mondo della telefonia mobile. Il motivo è da ricercarsi nei chiari vantaggi legati alla resistenza, alla potenza di erogazione/assorbimento dei connettori e alla disponibilità “royalty-free” della tecnologia, cosa che risparmiava ai vari brand milioni e milioni in ricerca e sviluppo di alternative proprietarie.

Apple era rimasta l’unica a non cedere. L’azienda guadagnava milioni grazie al suo programma di certificazione degli accessori MFi (Made for iPhone) e, forte della sua posizione dominante in diversi mercati, era certa di poter continuare ad imporre il proprio standard chiuso a chiunque volesse produrre cavi, caricatori e qualsiasi tipo di dispositivo che andava abbinato a uno degli smartphone più utilizzati sul pianeta.

Poi è intervenuta l’Unione Europea.

L’UE ha approvato formalmente la Direttiva (UE) 2022/2380 (nota come Common Charger Directive) il 23 novembre 2022, dopo anni di discussioni e accordi provvisori.

La deadline ufficiale per l’adeguamento dei dispositivi di piccole e medie dimensioni era stata fissata al 28 dicembre 2024. Tutti i prodotti interessati immessi sul mercato UE dopo questa data devono obbligatoriamente disporre di una porta USB Tipo-C per la ricarica via cavo.

Apple non ha potuto esimersi dall’adottare lo standard comune. Probabilmente perché aveva già sentito nell’aria il cambiamento normativo in arrivo, l’azienda ha effettuato la transizione in modo scaglionato e in anticipo rispetto a quella che sarebbe poi diventata la scadenza finale.

L’iPad Pro ha adottato la USB Tipo-C già nel 2018, seguito via via da iPad Air (2020), iPad mini (2021) e infine dall’iPad base (10ª generazione) a fine 2022.

Apple ha completato la transizione con la gamma iPhone 15, presentata a settembre 2023. Scegliendo di allinearsi con oltre un anno di anticipo, l’azienda ha evitato di dover gestire stock differenziati o blocchi alle vendite sul suolo europeo a ridosso del debutto della gamma successiva.

iPhone 15
Crediti: Apple

Un altro terreno su cui l’Europa ed Apple si sono scontrati riguarda la tecnologia NFC. Fin dall’inserimento di questo chip all’interno della scocca dei suoi smartphone, l’azienda di Cupertino ha applicato un regime di controllo assoluto, blindandone l’accesso e riservandolo esclusivamente all’applicazione nativa Apple Wallet e al circuito di pagamento proprietario Apple Pay.

Nel giugno del 2020, l’autorità antitrust europea ha avviato un’indagine approfondita, mossa dal sospetto che tale chiusura impedisse agli istituti di credito e alle società finanziarie terze di sviluppare portafogli elettronici alternativi dotati della medesima immediatezza d’uso.

Di fronte allo spettro di una sanzione miliardaria quantificabile nel 10% del fatturato globale, nel corso dei primi mesi del 2024 l’azienda americana ha presentato una proposta tecnica di apertura, tramutatasi l’11 luglio 2024 in un impegno vincolante della durata di 10 anni valido per l’intera Area Economica Europea.

Curve
Crediti: Curve

L’accordo ha previsto il rilascio di specifiche interfacce di programmazione (API) che consentono alle applicazioni di pagamento concorrenti di accedere al chip attraverso la tecnologia denominata Host Card Emulation.

Per garantire una reale parità nelle funzioni di utilizzo, l’azienda ha dovuto effettuare dei compromessi enormi, come fornire l’accesso al protocollo Field Detect, che permette di risvegliare l’applicazione terza anche a schermo bloccato quando l’iPhone viene avvicinato a un terminale di pagamento, e la possibilità di associare l’autenticazione biometrica Face ID per convalidare l’operazione in un istante.

Questi due esempi hanno dimostrato perfettamente come la pressione normativa di un’area grande ed importante come quella europea possa forzare anche le aziende più grandi e potenti, come Apple, a favorire la competizione sul libero mercato.

Ma questo era solo l’inizio.

Lo scontro sulle regole dell’App Store

La struttura commerciale dell’App Store, rimasta sostanzialmente immutata fin dal momento della sua nascita nel 2008, ha poggiato per oltre un decennio su un modello economico rigido, caratterizzato dall’applicazione di una commissione fissa pari al 30% su ogni transazione effettuata per l’acquisto di applicazioni o per i pagamenti eseguiti all’interno delle stesse.

Questo ecosistema era protetto da severissime clausole contrattuali che vietavano ai programmatori esterni di inserire qualsivoglia riferimento, indirizzamento o collegamento ipertestuale verso portali web esterni dove gli utenti avrebbero potuto sottoscrivere gli stessi abbonamenti a tariffe inferiori, aggirando la commissione.

La prima contestazione a questa gestione è emersa nel marzo del 2019, quando la piattaforma svedese Spotify ha formalizzato un esposto antitrust presso la Commissione Europea.

La società di streaming musicale sosteneva che le severe regole del negozio di app creassero uno svantaggio competitivo incolmabile nei confronti dei servizi nativi come Apple Music, costringendo i concorrenti ad aumentare i prezzi al pubblico per assorbire la trattenuta o a rinunciare alla vendita all’interno dell’applicazione.

Questa denuncia ha convinto le autorità europee ad avviare, nel giugno del 2020, un’ispezione formale sulle condotte di Apple, una procedura d’infrazione che è circolata per anni nelle aule giudiziarie e che ha trovato un punto di caduta solo il 4 marzo 2024, quando l’antitrust europeo ha comminato ad Apple una sanzione di 1,84 miliardi di euro per abuso di posizione dominante, integrando nella multa una pesante componente forfettaria a titolo di deterrente contro le politiche di blocco informativo.

Fortnite
Crediti: Epic Games

Parallelamente alle indagini europee, il fronte americano veniva scosso dall’iniziativa della software house Epic Games.

Il 13 agosto 2020, la società produttrice del celebre videogioco Fortnite ha implementato una modifica software nascosta e volutamente provocatoria, denominata in codice Project Liberty.

Questo meccanismo permetteva ai giocatori di acquistare la moneta virtuale del gioco direttamente dai sistemi di fatturazione di Epic con uno sconto immediato, eludendo i canali di pagamento dell’App Store.

La reazione della dirigenza di Cupertino è stata immediata, traducendosi nella cancellazione del gioco dall’App Store e nella revoca dell’account sviluppatore di Epic. Ne è scaturita una monumentale battaglia legale di fronte alle corti federali statunitensi che è durata per anni e che ha cambiato per sempre le regole del negozio di app e il sistema di commissioni applicate agli sviluppatori.

Anche in Europa, nel mentre, Apple e la software house di Tim Sweeney stavano combattendo una battaglia molto simile.

DMA e “gatekeeper”

L’Unione Europea ha elaborato il Digital Markets Act (DMA) partendo dalla constatazione che le leggi antitrust tradizionali, basate su indagini successive alle infrazioni e lunghe battaglie legali, risultavano inefficaci per arginare in tempo reale le pratiche commerciali delle grandi piattaforme.

Entrata ufficialmente in vigore a maggio 2023, la normativa è stata concepita come uno strumento preventivo volto a imporre regole precise a quelle piattaforme definite “gatekeeper”, ovvero i cosiddetti “guardiani” della porta di accesso al mercato digitale. Si tratta di società che, per volume di fatturato, capitalizzazione e vasta base di utenti attivi, detengono un controllo praticamente monopolistico sui propri settori.

Per Apple, questa legislazione ha rappresentato una vera e propria palla da demolizione scagliata contro le mura del suo ecosistema chiuso, edificato sulla stretta integrazione tra hardware, software e servizi.

Con l’applicazione effettiva dei nuovi obblighi, scattata all’inizio di marzo 2024, l’azienda di Cupertino è stata costretta ad abbattere il muro più imponente del proprio “giardino”: il monopolio dell’App Store.

Il regolamento europeo ha imposto ad Apple di consentire l’installazione di applicazioni e negozi di app di terze parti direttamente sui propri dispositivi mobili. Questa direttiva permette l’utilizzo di canali di distribuzione software alternativi e il download di file eseguibili dal web, permettendo agli sviluppatori di aggirare i sistemi di fatturazione proprietari.

La normativa stabilisce in modo inequivocabile che i programmatori debbano avere la libertà di promuovere offerte commerciali al di fuori dell’ecosistema Apple senza subire restrizioni tecniche o limitazioni contrattuali, ponendo fine alla decennale validità delle clausole anti-steering.

Dalla sua, l’azienda americana ha più volte ribadito che l’obbligo di concedere privilegi di sistema ad attori esterni espone i dispositivi a nuovi rischi, quali la proliferazione di truffe e malware, minando le fondamenta sicure originarie dell’iPhone.

L’intervento legislativo ha però forzato la mano del produttore, decretando l’inizio di un mercato del software continentale regolamentato in netto contrasto con i canoni operativi di Apple. Tant’è che l’azienda non ha aggiornato il suo sistema operativo a livello globale per permettere il cosiddetto “sideloading” delle app da fonti terze, la modifica è attualmente attiva solo su territorio europeo.

apple sideloading
Crediti: Apple

Tornando alla lotta in corso con i creatori di Fortnite, solamente 24 ore prima della scadenza dei termini del DMA, Apple ha improvvisamente rimosso l’account di Epic Games Sweden, registrato poco prima per consentire il lancio del proprio negozio di app alternativo in Europa, citando le passate violazioni contrattuali e le critiche pubbliche espresse da Sweeney.

Un intervento immediato della Commissione Europea tra il 7 e l’8 marzo 2024 ha costretto l’azienda a ritornare sui propri passi, ripristinando le credenziali della filiale svedese per evitare l’apertura immediata di un nuovo fronte sanzionatorio.

Ma Apple non ha ovviamente accettato la sconfitta. Perdere potenzialmente centinaia di milioni di euro di guadagni dall’App Store non è un qualcosa che l’azienda poteva subire rimanendo a guardare.

Per soddisfare ai propri nuovi obblighi, l’azienda di Cupertino ha elaborato un nuovo regime contrattuale per il mercato europeo incentrato sulla Core Technology Fee.

Questa formula prevede l’esenzione dalle tradizionali commissioni sulle transazioni per chi sceglie i canali alternativi, introducendo tuttavia una tassa fissa di 0,50 euro per ogni installazione annuale successiva alla soglia del milione di download. La giustificazione ufficiale fornita dai vertici risiede nella necessità di monetizzare gli investimenti nello sviluppo delle librerie software e degli strumenti messi a disposizione della community di sviluppatori.

Apple Europa
Crediti: Canva

I regolatori comunitari hanno sollevato forti perplessità su questa architettura tariffaria, ipotizzando che la tassa sulle tecnologie di base agisca come un potente freno economico per i software gratuiti che ottengono un successo fulmineo e virale, i quali rischierebbero di accumulare debiti insostenibili e di fallire prematuramente.

Questo sospetto ha portato all’apertura di un’indagine formale di non conformità sempre nel marzo del 2024, sfociata il 24 giugno 2024 nell’invio di risultanze preliminari negative da parte della Commissione Europea, che ha giudicato l’App Store non conforme alle direttive europee sul libero indirizzamento.

Nonostante questa fittissima rete di ostacoli burocratici e legali, il 16 settembre 2024 è avvenuto il debutto dell’Epic Games Store su sistemi iOS e iPadOS all’interno dei confini comunitari, sancendo il ritorno ufficiale e legale di Fortnite dopo 4 anni di esilio.

La situazione si è ulteriormente inasprita tra il 22 e il 23 aprile 2025, quando l’Unione Europea ha emesso le prime sanzioni basate direttamente sul Digital Markets Act, infliggendo ad Apple una multa di 500 milioni di euro per via dell’ostruzionismo applicato nei confronti delle offerte esterne.

L’inchiesta ha svelato che le concessioni nascondevano una struttura di costi a due livelli, formata da una commissione di acquisto del 5% combinata con una tassa per i servizi di store del 10% applicata per 12 mesi, un meccanismo che annullava di fatto i benefici economici del reindirizzamento fuori dalla piattaforma.

Le “ritorsioni” di Apple sugli utenti europei

L’applicazione del Digital Markets Act e le indagini costanti della Commissione Europea hanno generato un fenomeno collaterale per i consumatori: la progressiva frammentazione dell’ecosistema software di Cupertino. Molteplici funzioni avanzate sono state escluse, modificate o posticipate per i mercati dell’Unione Europea, interessando trasversalmente iPhone, iPad, Apple Watch e Mac.

I casi più eclatanti sono stati sicuramente quelli relativi a SharePlay, Tap to Share e iPhone Mirroring.

Quest’ultima funzione, utile per controllare lo smartphone direttamente dallo schermo del Mac, è ad oggi ancora bloccata a causa delle incertezze legali legate ai requisiti di interoperabilità del DMA, che secondo Cupertino forzerebbero l’apertura del sistema compromettendo la crittografia dei dati personali.

Oltre alle funzioni multimediali e di interconnessione tra prodotti Apple, le restrizioni hanno colpito alcune funzionalità di base. A partire da iOS 26.2 e watchOS 26.2, l’azienda ha disabilitato la sincronizzazione automatica dello storico delle password Wi-Fi tra smartphone e smartwatch durante la fase di prima configurazione.

Questa mossa è servita a evitare l’obbligo europeo di dover condividere il medesimo database di reti pregresse con i produttori di indossabili concorrenti, proteggendo (secondo Apple) le credenziali degli utenti da aziende terze percepite come affamate di dati. L’azienda ha introdotto un nuovo framework per fornire le API necessarie, ma questo compromesso ha di fatto peggiorato l’esperienza che caratterizzava il primo accoppiamento dei dispositivi.

Inoltre, il supporto alle Progressive Web App (PWA) ha subito una netta limitazione. Dopo aver tentato di rimuovere completamente la possibilità di aggiungere queste applicazioni alla schermata iniziale, Apple ha fatto marcia indietro sotto la pressione dei legislatori, ma il loro funzionamento è rimasto strettamente vincolato al motore di rendering proprietario WebKit.

L’impossibilità di far eseguire le PWA su motori alternativi, come Chromium, giustificata da ragioni di sicurezza e dall’assenza di un’infrastruttura di isolamento adeguata per codici non proprietari, rappresenta un’ulteriore restrizione per l’utenza e gli sviluppatori in Europa.

Siri AI non arriva con iOS 27, di chi è la colpa?

L’8 giugno di quest’anno, il brand californiano ha presentato ufficialmente Siri AI, una versione del proprio assistente virtuale totalmente riscritta e basata sull’infrastruttura di Apple Intelligence (e Gemini).

Contestualmente, la dirigenza ha emesso un comunicato stampa in cui ha spiegato che, a causa delle rigidità imposte dal Digital Markets Act, il nuovo software non sarà rilasciato nell’Unione Europea insieme agli aggiornamenti di iOS 27 e iPadOS 27.

Secondo le dichiarazioni di Craig Federighi, i regolatori europei hanno respinto ogni proposta tecnica avanzata per portare il servizio sui dispositivi mobili in modo sicuro, costringendo l’azienda a limitare la disponibilità dell’IA ai soli utenti di macOS 27 e visionOS 27, piattaforme escluse da questi specifici vincoli normativi.

Siri AI
Crediti: Apple

Il nodo centrale della disputa risiede nelle pretese europee sull’interoperabilità dei dati personali. La Commissione esige che Apple conceda ai sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da aziende terze un accesso identico a quello dell’IA nativa.

Apple rifiuta categoricamente questa imposizione, argomentando che un simile livello di apertura espone gli smartphone a enormi rischi di sicurezza. L’azienda sottolinea come entità esterne potrebbero sfruttare tecniche di manipolazione (come il prompt injection) per corrompere i modelli linguistici, arrivando a rubare password, sottrarre fotografie private o modificare le impostazioni degli account a insaputa del proprietario.

Nel tentativo di assecondare le richieste della legge senza sacrificare la crittografia dei dati, gli ingegneri californiani avevano architettato una soluzione intermedia chiamata Trusted System Agent.

Questa struttura avrebbe dovuto funzionare da arbitro di sicurezza: le IA di terze parti avrebbero interrogato l’agente di sistema, il quale si sarebbe occupato di recuperare le informazioni necessarie restituendole in modo sicuro alle app concorrenti, negando loro il contatto diretto e non monitorato con la memoria fisica. Trattandosi di un’opera massiccia, l’azienda ha richiesto un periodo di tolleranza di 18 mesi per implementare gradualmente il sistema.

La risposta dell’Unione Europea è stata un rifiuto netto. I funzionari della Commissione hanno accusato l’azienda di non aver fornito alcun dettaglio tecnico concreto sul funzionamento dell’agente, interpretando la proposta come un mero espediente per ritardare la conformità.

Secondo i legislatori, l’azienda avrebbe semplicemente richiesto un’esenzione totale dalle leggi sull’interoperabilità mascherandola dietro preoccupazioni per la sicurezza dei consumatori.

apple tim cook
Crediti: Yahoo News

Un recente meeting tra Tim Cook ed Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha riaperto i canali di dialogo tra il colosso americano e le istituzioni nostrane.

La complessa disputa sull’IA sembra attraversare una fase di cauto disgelo, spianando la strada a un accordo che permetterebbe agli utenti di accedere alle nuove funzioni senza violare le normative comunitarie sulla concorrenza. Nulla è però ancora deciso.

Una guerra infinita in difesa dei consumatori

Tutto questo racconto per farvi capire che ci troviamo in mezzo ad uno scontro tra due modelli di sviluppo del mercato digitale che per molti versi sono diametralmente opposti.

Da un lato, l’Unione Europea persegue un mandato di protezione del consumatore, volto ad abbattere le barriere artificiali, ad azzerare le condotte limitative nei confronti delle imprese terze e a garantire la massima contendibilità dei mercati informatici attraverso l’imposizione di vetrine, motori di ricerca e sistemi di pagamento alternativi.

Dall’altro lato, la dirigenza di Apple opera mossa dal dovere di tutelare l’integrità del proprio modello commerciale e, al contempo, ha l’obbligo imprescindibile di proteggere i profitti degli azionisti.

La casa californiana ha mostrato una ferma volontà di sacrificare temporaneamente la qualità delle funzioni software destinate al pubblico europeo piuttosto che rinunciare alle proprie posizioni. Proprio come l’UE, però, anche Apple vuole proteggere a modo suo i propri utenti, garantendo la loro sicurezza e la privacy dei dati.

E questo ci porta al vero punto di questo articolo. Se entrambe le parti stanno lottando per il bene dei consumatori, nonostante la frammentazione del software che ne deriva e la mancanza di funzioni nuove e utili sin dal primo giorno, da questo scontro ne usciamo noi consumatori come vincitori assoluti.

La collaborazione costante e il continuo scontro tra i legislatori continentali e le grandi aziende tecnologiche assume un’importanza fondamentale e irrinunciabile per il futuro del mercato.

Le normative non possono essere scritte prescindendo dalla fattibilità tecnica e dai rischi reali legati alla sicurezza dei sistemi, così come i colossi tech non possono ignorare le esigenze di libertà e concorrenza sollevate dalle istituzioni pubbliche.

Ed è proprio per tale motivo che questo continuo botta e risposta a colpi di divieti, multe, ritardi e cambi di strategia non avrà mai fine. E non è per forza una cosa negativa se a guadagnarci, alla fine, siamo tutti noi.

Questo articolo L’UE vuole abbattere tutti i muri di Apple: cronaca di una guerra tutto fuorché conclusa è stato pubblicato in origine su GizChina.it.